Una cosa oscura, senza pregio

Una cosa oscura, senza pregio

Andrea Olivieri

ucospLe ragioni per le quali mio padre me l’affidò resteranno vaghe, come la penombra nella stanza dove la prima volta ci misi le mani. Imprecisi e mutevoli anche i contorni di ciò che conteneva, come i confini e i nomi dei luoghi da cui vengo.

Una scatola contenente una rassegna di frammenti riguardanti il nonno Albano.

I frammenti dispersi e le immagini di una storia di famiglia che tento di mettere assieme da anni si sono di colpo riuniti e animati.

All’interno della scatola anche un numero ingiallito di un tabloid del 1951 con evidenziato un articolo su uno scrittore americano.

Da questo spunto narrativo inizia questo ibrido narrativo, giustamente inserito dai compagni di Alegre nella collana Quinto Tipo.

Incapace di decidere se si trattasse di un ricordo o già di letteratura.

Nei capitoli che si alternano l’autore ricostruisce la vita dello scrittore sloveno/americano Louis Adamic (Alojz Adamič) e quella di suo nonno Albano Olivieri alla ricerca di un punto di contatto che possa giustificare l’articolo ritrovato nella scatola.

Da una parte abbiamo un ragazzo che lascia la Slovenia nel 1913 per andare a cercar fortuna in America, dall’altra c’è un ragazzo prima operaio a Monfalcone, poi partigiano, poi di nuovo operaio in Jugoslavia.
La parte di racconto ibrido fiction e non-fiction ambientata negli Stati Uniti ci fa rivivere le lotte operaie di quegli anni e l’ho trovata personalmente interessante ma poco appassionante. Al contrario la parte di vicenda che si svolge in quella zona dai molti nomi e dai confini incerti aiuta molto a capire cosa è successo in quei luoghi già a partire dall’entrata in guerra dell’Italia nel 1915.

L’esito delle trattative che l’Italia aveva intavolato, con chiunque, poteva quindi significare la salvezza di quel delicato assetto interculturale o una catastrofe etnica di proporzioni enormi se, come poi accadde, si fosse voluto smembrare quell’area e consegnarla alle illogiche regole dell’appartenenza nazionale. […] Erano le prime conseguenze della catastrofe etnica che si stava compiendo. Era il dramma e il dilemma di quell’epoca in cui, come mai prima di allora, l’appartenenza “nazionale” stabiliva le relazioni di amicizia o inimicizia tra le persone. […] È in quel tempo, come mai prima di allora, che i potenti, governanti e capitalisti, fingendo di opporsi gli uni agli altri, avevano perfezionato il modo di accrescere il proprio potere e di guadagnare molti soldi. Perché servendosi di concetti astratti chiamati nazioni, delimitati da linee ancora più astratte chiamate confini, potevano opporre ciò che era dentro e ciò che stava fuori. e ciò che stava fuori era il male, così che tutto ciò che era dentro si sarebbe unito a loro, ai potenti, per difendersi da quel male.

La Grande Guerra, le lotte operaie la lotta partigiana e il tentativo di creare una società diversa, più giusta.

Finivo sempre più spesso per chiedermi se il “terrore dei quaranta giorni” non fosse stato soprattutto il terrore della borghesia, degli agrari e degli industriali, che al fascismo si erano affidati in massa, con rarissime eccezioni. La paura, insomma, dei privilegiati per il fatto che le classi  subalterne avevano deciso di non voler essere più tali.

Oggi che si fa un gran parlare di foibe (vedi ad esempio questi post) le pagine di Andrea Olivieri chiariscono quello che è accaduto e perché molto meglio di tanti libri di storia.

Decenni di dittatura, di violenze e di soprusi, e anni di guerra, di torture e di stermini, avevano messo in moto una macchina di odio e di vendetta, disponibile al sacrificio, determinata. Una cosa oscura, senza pregio, una cosa facile da mettere alla berlina e da disprezzare. E come era inevitabile, in alcuni casi quella macchina aveva finito per andare col pilota automatico, come un camion in corsa non si sarebbe fermata in pochi metri, men che meno fingendo che non fosse accaduto nulla.

E dopo la guerra e la speranza arriva la disillusione.
L’ultima parte del libro mi ha lasciato addosso una grande sensazione di rabbia nel vedere cosa è stata la sofferenza di quei ragazzi in quegli anni, nel vedere come sarebbe potuto essere il futuro che loro avevano immaginato e per il quale avevano combattuto e sofferto e nel vedere quello che è diventato con l’arrivo degli americani e del partito stalinista italiano.

Nei luoghi dove già durante la resistenza le classi subalterne avevano strappato col sangue e il sacrificio il proprio autogoverno, veniva reintradotto un sistema amministrativo classista, che penalizzava i ceti popolari e prevedeva inoltre tutti gli elementi discriminatori che l’Italia aveva introdotto contro le minoranze linguistiche. Fare fuori i poteri popolari indicava la volontà di spazzare via tutto ciò per il quale per anni si era combattuto.

Un libro non facile, 429 pagine densissime. Come già scritto sopra, la parte riguardante Luis Adamic è secondo me la meno interessante, mentre è avvincente la storia di Albo ed è importante soprattutto per chi non vive in quelle zone.
In Italia non si conosce la storia delle terre di confine e forse non c’è nessuna volontà nel farla conoscere
Testo fondamentale per il mio lento avvicinamento al Carso in attesa di poterne percorrere a piedi i sentieri.

Giudizio 4/5 ★★★★

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