Memoria

In questa giornata in cui siamo sommersi da banalità e dove tutti si sentono in diritto di dire la loro sul Giorno della Memoria, io cerco di non essere da meno ed aggiungo le mie banalità.

La mia prima riflessione prende spunto da un intervento fatto su RadioTre a Fahrenheit, una decina di giorni fa, da Elena Loewenthal che ricordava come il GdM non nasce per ricordare gli Ebrei (né in quanto tali, né in quanto vittime) ma nasce per ricordare il giorno in cui l’Armata Rossa entrò nel campo di Auschwitz, il momento in cui non ci furono solo vittime e carnefici, ma per la prima volta ci furono testimoni esterni.

Il GdM è nato non per ricordare gli Ebrei, ma per ricordare quello che successe in quegli anni in Europa e soprattutto in questo paese, perché in Europa c’eravamo anche noi Italiani.
Ci riguarda perché eravamo coinvolti direttamente, perché tante delle persone morte nei campi di sterminio ci sono arrivate grazie alle leggi razziali italiane.
E’ da qui che bisognerebbe partire per capire quello che è successo, parlandone anche e soprattutto nelle scuole.

Riflettevo poi sul perché il GdM non sia entrato poi tanto nei nostri cuori e susciti sempre infinite discussioni.
Secondo me bisognerebbe parlare delle vittime dello sterminio non in quanto Ebrei, ma in quanto Persone.
Bisognerebbe ricordare il fatto che il Nazismo tedesco, aiutato dal Fascismo italiano, abbia deciso di sterminare qualche milione di persone e solo in un secondo momento porsi il problema di chi erano quelle persone e di come furono scelte.
Verrebbe da dire che le vittime non erano solo persone di razza/religione ebraica, ma c’erano anche tanti oppositori politici, zingari, omosessuali eccetera. Questo però sarebbe il solito discorso da comunista (cosa che io sono, fra l’altro).
Continuando a mettere l’accento su Ebrei uniche vittime si aumenta a dismisura lo storico vittimismo ebraico e si aumenta di conseguenza la altrettanto storica “antipatia” che suscitano gli Ebrei.
Alla fine si rischia di cadere sempre sul solito discorso: ma se tutti, da sempre, ce l’hanno con gli Ebrei allora vuol dire che se lo meritano! E se questa rimane una battutaccia (che io stesso faccio spesso) poco male, ma se diventa pensiero comune il rischio è che alla fine la Storia possa anche ripetersi.

Oddio quanto ho scritto, sembra di sentirmi parlare!

Quindi per concludere: questo Giorno della Memoria va bene, ma che serva per ricordare che i Nazifascisti europei, una settantina di anni fa, sterminarono qualche milione di altri cittadini europei.

Bisogna spostare il riflettore dalle vittime ai carnefici.

Non so se si è capito quello che volevo dire, ci ho provato.

Utopia a misura d’uomo

moni ovadiaOggi a Fahrenheit su Radiotre ho ascoltato un intervista a Moni Ovadia che presentava il suo ultimo libro Madre Dignità.

Riporto qui sotto un piccolissimo estratto del suo intervento che ho subito trascritto (ascolto in podcast e riesco a trascrivere quello che sento).

 

Non aggiungo nessun commento, devo ancora rifletterci.

 

Dove cade la rivoluzione è proprio sulla questione della pena di morte, cioè nel momento in cui afferma i diritti, nega contestualmente il diritto fondamentale, il diritto alla vita. Si fa prendere la mano dal furore di mettere in atto a tutti i costi delle idee che diventano a questo punto rigide, non tengono conto della fragilità umana, dei limiti e della necessità che l’utopia sia a misura d’uomo e non l’uomo a misura di utopia e poi avvengono queste derive che conosceranno quasi tutte le rivoluzioni.

Autobiografia erotica di Aristide Gambia

Noi crediamo di piacere per come ci immaginiamo di essere e invece le persone sono sedotte da qualcosa che ci è del tutto sconosciuto.

Ho trovato questo Autobiografia erotica di Aristide Gambia in biblioteca, dopo che ne avevo ascoltato la presentazione con Domenico Starnone a Fahrenheit, alcuni mesi fa.

Romanzo strano, scritto con un linguaggio diretto, crudo, anche volgare, che senza scendere nel pornografico rimane sempre elegante.

Diviso in tre parti, nelle prime due si racconta la vita erotico/sentimentale di Aristide, cinquantenne/settantenne napoletano trapiantato a Roma. Passando continuamente dal racconto diretto in prima persona al racconto in terza, dove sono spesso altri protagonisti a descrivere e ricordare, si ripercorre tutta la vita di Ari: la scoperta del sesso da bambino, le prime esperienze adolescenziali, i vari matrimoni, le innumerevoli amanti, le avventure, le delusioni. Starnone ci fa vedere come è cambiata la visione del sesso in questi ultimi 60 anni di storia d’Italia, nei pensieri, nei costumi e nel linguaggio degli Italiani.

Il sesso è come i sogni: possiamo parlarne dettagliatamente solo inventando.

All’inizio ti incuriosisce soprattutto per l’uso della lingua, è lentissimo e l’intreccio sembra irrilevante. Poi improvvisamente ti tiene incollato alla pagina, soprattutto nella seconda parte, dove oltre ai continui racconti della vita di Gambia, con l’espediente di un diario trovato e letto da un’altra persona, anche l’intreccio diventa interessante. Poi però…

Nella terza parte è l’autore che interviene direttamente raccontando come è nato il romanzo ed i motivi delle sue scelte narrative, tecniche e linguistiche.

Che sciocchezza la fedeltà. Non c’è niente di compatto e impermeabile che il desiderio non attraversi.

Però non si fa così, sembra che non ci sia rispetto per il lettore. Va bene usare un romanzo per raccontare 60 anni di vita erotica Italiana, ma se per fare questo ti inventi dei personaggi, li fai vivere sulla pagina e fai in modo che il lettore entri in empatia con loro, non puoi troncare tutto all’improvviso. Una storia deve avere un inizio ed una fine, chissenefrega se ad un certo punto a te della storia non interessa più niente perchè oramai le tue cose le hai dette. Non si fa così. Allora scrivi un saggio!

Ad un certo punto mi sembrava quasi un capolavoro per come era costruito, per punizione su Anobii 2 stelline.