DANKE SKARAMUSCH!

dsc_9718-ridottaSono trascorsi già due anni da quando scrissi il mio racconto per la raccolta #TifiamoScaramouche.

Non so quante persone abbiano scaricato i 4 volumi di racconti dal sito della Wu Ming Foundation, ma sicuramente quasi nessuno ha letto il mio racconto.

Allora è giunto il momento di rilanciarlo su questo mio piccolo blog.

Sono ben accetti commenti e critiche.

 

Il Giustiziere
Kaub am Rhein
1813-1814

I

La nebbia del mattino lasciava appena intravedere la fortezza dello Schönburg, sulla riva opposta del Reno. I pontieri russi avevano fatto un gran bel lavoro: una cinquantina di barche unite a formare un ponte e l’isola dove sorge la torre della Pfalzgrafenstein che rompeva la lunga tratta. Le sponde del grande fiume erano collegate.
Martin era seduto sulla banchina insieme ad altri quattro o cinque Jäger sassoni, gli stivali quasi a sfiorare l’acqua. Guardavano il ponte. I russi inchiodavano le ultime travi e tendevano le ultime funi, mentre un gruppetto di mocciosi sfidava i divieti e giocava a rincorrersi sulle assi che, dal giorno successivo, avrebbero sopportato il peso di 50.000 uomini, 15.000 cavalli e 182 cannoni. La Grande Armata Slesiana del vecchio Generale Gebhard Leberecht von Blücher si sarebbe messa all’inseguimento dello sconfitto imperatore francese.
Martin cercò il disco del sole che attraverso la nebbia sembrava una luna nel cielo bianco, tra le colline bianche di neve. I deboli raggi non erano ancora riusciti ad asciugargli le ossa dall’umidità di un’altra notte in tenda.
«Vado a cercare Leonard, così mi scaldo un po’».
Con Leonard erano cresciuti insieme, sulle sponde dell’altro grande fiume tedesco, l’Elba. Insieme si erano arruolati nell’esercito che il re di Sassonia aveva voluto schierare al fianco di Napoleone. Sopravvissuti alla battaglia di Lipsia, dopo un cambio di alleanze degno del miglior esercito italico, si erano ritrovati nel pantano della valle del medio Reno, ad aspettare la costruzione di un ponte.
Si incamminò per le strade del paese. L’attività di fronte al quartier generale era come sempre frenetica e nessuno fece caso a lui. Nell’attesa di riprendere l’inseguimento era come se tutti fossero in libera uscita. Fu proprio girovagando per Kaub che, un paio di settimane prima, avevano conosciuto Romy: qualche anno più grande di loro; il marito perso in una battaglia napoleonica per difendere chissà quale bandiera; tanto bisogno di affetto. Martin e Leo condividevano sempre tutto da quando erano bambini. Da quel giorno condivisero anche lei.

II

«Verweigertes Gott Leo, finalmente ti trovo, dov’è che sei stato tutta la mattina?».
«Lasciami perdere oggi Martin, ho troppe cose per la testa».
«Tu hai sempre troppe cose per la testa. Ti ho cercato per mezza Kaub, hai sentito le voci in giro? Si dice che il vecchio prussiano abbia fretta».
«Sì, ho sentito. Per questo oggi ho fretta anch’io».
«Dove vai con la sacca della maschera? Sei stato da lei?».
«Da lei? Sì, stamattina presto».
«Hai voluto cominciar bene l’ultimo giorno dell’anno?».
«No, no, solo un saluto».
«Dalla a me allora la maschera che voglio andare a salutarla anch’io stasera».
«Non posso, mi serve, domani ti spiego, divertitevi».

III

Martin aveva incontrato Leo nella strada del mercato, durante le prime ore di quel freddo pomeriggio. Sperava di trascorrere con l’amico il resto di quell’ultimo giorno dell’anno. Era stato invece liquidato con poche veloci parole. Non era un comportamento tipico di Leonard che di parole ne diceva sempre troppe e non sempre erano facili da comprendere. L’amico aveva qualcosa per la testa, ma c’era troppo movimento quel giorno per stare a pensarci su.
Martin guardò verso la rocca del Gutenfels, i vigneti coprivano la collina. Il vino che stava tenendo buona e calda l’armata veniva tutto da quei ripidi filari ed era tutto di proprietà del signorotto locale, il conte Klaus Farneten von Pomarich. Si diceva che questo Conte fosse uno strano personaggio. Arricchito per meriti non suoi aveva spezzato per anni la schiena dei contadini renani, producendo a sua discolpa un nettare delizioso. L’instabilità politica causata dalle guerre napoleoniche aveva portato un calo delle commesse, questo gli aveva dato la scusa per lasciare mezzo paese senza la paga di sei mesi. Anche Romy era tra chi aveva portato sulla schiena i tini carichi d’uva senza ricevere nulla in cambio se non un pezzo di pane a fine giornata. L’arrivo a Kaub delle migliaia di soldati di Blücher gli aveva dato l’opportunità di tentare il colpo a sorpresa: svuotare le cantine, vendere vigneti e proprietà e ritirarsi a Colonia o forse ancora più lontano. La sorpresa però non era riuscita, in paese ne parlavano tutti.
Il giovane sassone si incamminò per il sentiero innevato che costeggiava il Reno, dopo che il sole aveva terminato la sua breve corsa invernale. Ardevano lungo il fiume i fari di segnalazione che illuminavano con la loro luce gialla anche l’ultimo gruppo di case a graticcio.
Ancora pochi minuti di cammino per incontrare Romy. Da giovane aveva giocato a fare l’attrice nella piccola compagnia teatrale del paese ed era stata lei a svelare ai due ragazzi sassoni l’origine della loro strana maschera. Il fante francese che la conservava in una sacca dentro al suo zaino aveva fatto una brutta fine. Un colpo di cannone si era portato via troppe parti del suo corpo, giusto il tempo di implorare con un filo di voce affinché qualcuno la custodisse. Avevano raccolto quella sacca per curiosità e per soddisfare un ultimo desiderio e l’avevano tenuta nascosta a tutti nel viaggio attraverso le lande tedesche. Durante il loro primo incontro l’avevano mostrata a Romy che l’aveva riconosciuta come una maschera del personaggio teatrale di Skaramusch e aveva voluto che i due ragazzi la indossassero quando la raggiungevano per farle compagnia.

IV

«Ma l’hai sentito che vuol fare quel pazzo del tuo amico?».
«Zitta bella mia e dammi un bacio».
«Macché zitta, son mica tua, non mi paghi per volerti bene».
«E allora dimmi che vuol fare Leo, ma poi mi dai un bacio».
«Dice che vuol dare una lezione al mio padrone, che si mette quella vostra maschera col nasone e che lo riempie di botte, così che impara a pagare i contadini. Quando ha saputo che anch’io ho la paga arretrata e che quel fottuto di un conte vuole scappare è andato fuori di testa».
«Leo è così, parla tanto e poi non combina mai niente. Però è vero che la maschera non me l’ha voluta dare».
«Guarda che è deciso, oggi all’alba è venuto da me. Parlava e parlava, in un modo ancora più strano del solito. Diceva che ha calcolato tutto, che sa come beccarlo quando è da solo, che sa come arrivare sotto al palazzo senza essere visto. Poi s’è messo quella maschera del teatro. Pensavo volesse far l’amore così, come facciamo sempre, e invece m’ha detto che con quel nasone vuole cavargli un occhio e che tanto Skaramusch lo conosciamo solo noi tre. Poi se n’è andato. Non mi ha neanche toccato. Ha voluto solo un bacio».
«Abgeschraubtes Gott! Ma perché poi? Cosa gliene frega a lui se voi contadini siete senza paga da sei mesi. E poi proprio adesso che si parte. Il ponte è finito e si dice che Blücher vuol far partire l’armata già domani».
«Domani? Come domani! Perché domani?».
«E che ne so io, mica t’avvisa prima quel vecchiaccio prussiano, sai dove gliela infilerei io quella croce nera che porta al collo! E i sassoni aggregati all’armata li vuole in testa alla colonna. In avanscoperta dicono. Non si fidano, se c’è da farsi ammazzare siamo meglio noi che gli slesiani».
«Ti prego Martin, portatemi via. Qui non ho più niente e a voi non voglio perdervi».
«Con noi non ti possiamo portare, ma se vai con le donne delle salmerie sapremo ritrovarti. Intanto inizia a darmi un bacio come sai far bene tu».

V

Un rumore. Un rumore alla finestra. Un rumore alla finestra improvviso, inaspettato. Klaus ha gli occhi sbarrati. Forse un sasso lanciato da un soldato ubriaco. Ce ne sono troppi a Kaub in questi giorni, 50.0000, forse di più, forse neanche il vecchio sa quanti siano. In questa ultima notte dell’anno stanno festeggiando in tutte le strade. Ancora un rumore, ancora più forte. Sono ovunque, fin sotto le mura del Gutenfels, tra le sue vigne.
Notte buia, niente stelle. Klaus è solo in questo piano del palazzo, moglie e figli a passare il Natale a Coblenza. Troppo solo. La ragazza che gli ha scaldato il letto ed ha brindato con lui la mezzanotte è già tornata nella sua stanza, a pianterreno, con il resto della servitù.
Scende dal letto. Il tempo di accendere il lume. Una pioggia di vetri, una ventata d’aria gelida, un’ombra nella finestra. Una figura nera, con un salto, raggiunge il pavimento in legno della stanza. Tremano le pareti, trema la fiamma della lampada ad olio, trema la strana ombra proiettata sul muro. Inizia a tremare anche Klaus. Aver ereditato la metà dei vigneti intorno a Kaub e poter disporre a piacimento di un centinaio di contadini non fa di lui un cuore impavido.
L’ombra fa un passo avanti, la debole luce rivela un volto nero, mostruoso, con un lungo naso a becco. Ancora un passo e appare quello che sembra un uomo, con l’uniforme dei landwehr slesiani, il berretto con la nera croce teutonica, una maschera di cuoio a ricoprirne il volto e un bastone nodoso in una mano. Si dice che gli animali sentano l’odore della paura. Sotto la maschera si nasconde un uomo, non un’animale. Klaus sa che lui sente la puzza del suo terrore.
Un filo di voce: «Chi sei, cosa vuoi? Hai sbagliato posto, non è qui la tua festa di fine anno». Un colpo. Un grido. Sa di essere stato colpito. Non sa dove. La gamba sinistra cede. Il ginocchio. L’ha colpito al ginocchio. A terra. Non riesce neanche a chiamare aiuto. Forse sa che in una notte come questa sarebbe inutile. Forse non si è ancora reso conto di cosa sta accadendo. Forse è troppo orgoglioso per farlo. Si allunga verso il settimino, cerca aiuto nelle maniglie e riesce a rialzarsi. Nel secondo cassetto c’è la sua pistola, sempre carica, sempre pronta a sparare, come gli ha insegnato suo padre. Apre il cassetto. Mentre con una mano cerca la sua arma vede allo specchio la figura mascherata, alle sue spalle. La sua mano rovista tra le carte. Deve esserci, c’è sempre stata. L’ombra del bastone si alza. Stacca gli occhi dallo specchio solo per il tempo di rendersi conto di aver aperto il cassetto sbagliato. Il primo colpo arriva alla schiena, toglie il respiro. Il secondo ancora alle gambe, cade a terra. Il terzo alla testa, la bocca si riempie di sangue, nelle orecchie un fischio assordante. Una voce lontana: «Sono Skaramusch, ricorda sempre questo nome. Tu sai perché sono qui». Il quinto e il sesto colpo sono ancora alla testa. Il settimo e l’ottavo non li sente più.

VI

«Romy, l’ho fatto!».
«Leo sei pazzo, ma ti voglio ancora più bene».
«Gli ho dato solo un po’ di bastonate, per questi ladri ci vorrebbe la “Cura Robespierre”».
«Sei sicuro che non t’ha visto nessuno?».
«Tranquilla, mi sono travestito bene e poi avevo la maschera».
«Ma come hai fatto? Tu dici sempre di aver paura di tutto».
«Stanotte avere paura non era permesso. Adesso però devo andare».
«Vieni qua, meriti un bacio. Ma ora della maschera cosa ne farete?».
«Penso che dovremo liberarcene, ma non so come. È destinata a compiere grandi imprese, non mi va di bruciarla o distruggerla. Quel francese morto a Lipsia non me lo perdonerebbe».
«Allora come fare te lo dico io. C’è una zattera di tronchi che stamattina lascerà Kaub. A bordo c’è un mio cugino, la porterà lontano da qui».
«Peccato che nessuno saprà mai che è stato Skaramusch».
«Magari sì, ho già un idea».

VII

Il freddo pungente gli stava risvegliando i sensi. Martin camminava sulla neve da quasi mezz’ora. Aveva scelto la strada più lunga per rientrare in paese, voleva vedere lo spettacolo del fiume dall’alto delle colline. Forse per l’ultima volta. Era rimasto da Romy tutta la notte. Il vino non lo aveva aiutato a svolgere da solo quei compiti che spesso condivideva con Leo. La loro amica renana era molto esigente.
Ridiscese tra le strade del borgo e imboccò la lunga schulstraße. Doveva raggiungere il luogo di concentramento del suo battaglione e lì avrebbe ritrovato l’amico. Vide in lontananza il palazzo del conte. Troppa gente era ammassata di fronte a quel portone.

VIII

«Cosa cazzo hai combinato stanotte?».
«Solo quello che dovevo fare».
«Che eri strano lo sapevo, ma non ti credevo pazzo fino a questo punto».
«Ho dato solo una piccola lezione a quel bastardo, se la ricorderà per un bel po’».
«Sei solo un folle!».
«Il molto che lo stolto non comprende egli lo chiama follia. Ecco la verità».
«E che cazzo vuol dire?».
«E che ne so. È una frase che ho letto in un libro e che m’è piaciuta».
«Ma che bisogno c’era di ammazzarlo!?».
«Cosa? È morto? Ma sei sicuro?».
«In paese non si parla d’altro. L’hanno ritrovato nella sua camera, in una pozza di sangue, con il cranio fracassato. E si dice che sia stato uno slesiano che indossava una strana maschera. C’è chi l’ha visto girare per il paese».
«Quante cose che si dicono! E tu credi a tutto quello che senti raccontare?».
«No. Infatti so che non è stato un landwher di Breslavia, ma un coglione di Dresda! A proposito, a chi l’hai fregata quella divisa?».
«A qualcuno che aveva esagerato col vino».
«In troppi hanno esagerato col vino stanotte».
«Martin credimi, non lo volevo ammazzare, non so neanche come si fa ad ammazzare qualcuno».
«Vedo che hai imparato bene però».
«Forse gli ho dato un colpo di troppo. Forse hai ragione tu, ho bevuto un bicchiere di troppo, ma il vino mi ha dato quel coraggio che altrimenti non avrei mai avuto. E poi il conte sarà stato anche un gran bastardo, ma il suo Riesling è eccezionale».
«Comunque oramai è successo, tutto sommato se lo meritava. Però adesso Skaramusch è diventato un assassino, anche se stiamo partendo gli daranno la caccia lo stesso».
«Skaramusch non è un assassino, è un giustiziere!».
«Come vuoi tu, Leo, però dobbiamo liberarci lo stesso della maschera, è troppo pericoloso portarla con noi».
«So già cosa fare, il nostro reggimento si metterà in marcia tra un paio d’ore, vieni con me, andiamo giù al molo».

IX

La neve cadeva lenta in quel primo giorno del nuovo anno. Una zattera di tronchi si staccò pigra dalle banchine di Kaub e la corrente del Reno la condusse verso nord. Prima Coblenza, poi Colonia, poi chissà, forse fino ai Paesi Bassi. Il tratto più difficile del viaggio lo zatteriere lo incontra dopo pochi minuti dalla partenza, quando le curve del grande fiume lo portano sotto la roccia della Loreley, dove la valle diventa strettissima, le acque più profonde, la corrente più forte e dove non deve farsi distrarre dal canto della bella ondina che pettina i suoi capelli d’oro dall’alto della rupe.
Martin ripensò a questa leggenda mentre guardava la strana imbarcazione staccarsi dalla riva.

X

I cacciatori sassoni erano in testa alla colonna, i due ragazzi di Dresda confusi tra i loro compagni.
I gendarmi dell’armata avevano iniziato la loro caccia all’uomo già dalle prime ore dell’alba, appena si era sparsa la notizia. Blücher non voleva lasciare impunito l’omicidio del conte, sarebbe stato un torto troppo grande al suo onore. Cercavano un fante slesiano. Un ago in un pagliaio. L’armata però non poteva fermarsi, l’inseguimento a Napoleone era più importante.
Martin guardò il Generale settantenne che sul suo cavallo bianco controllava le truppe e impartiva gli ultimi ordini, mentre i comandanti dei plotoni davano il comando di iniziare la marcia. Gli stivali sulle assi del ponte iniziarono a produrre un rumore assordante, ma non cadenzato come gli ufficiali avrebbero voluto, troppi soldati dovevano ancora smaltire i postumi della notte di festa.
Leonard sembrava frastornato. Martin si rese conto che la notte appena trascorsa avrebbe segnato l’amico per molto tempo. Aveva ucciso un uomo a sangue freddo. Aveva fatto un grande sbaglio, non è quello il modo per ottenere giustizia. I contadini non avrebbero mai avuto la loro paga arretrata, ma forse sarebbe servito da lezione per altri sfruttatori. Forse la vita a Kaub sarebbe migliorata. Martin ricordò di aver sentito dire che se un grande sbaglio porta grandi vantaggi, non è più uno sbaglio.
Tutta la popolazione del paese e dei dintorni si era riunita sulle sponde del fiume per salutare i soldati in partenza che venivano bersagliati dalle palle di neve lanciate dai bambini. Gli parve di vedere anche Romy, gli aveva promesso che si sarebbe unita alla coda dell’armata. Sperava di ritrovarla tra qualche giorno.
Arrivarono marciando all’altezza dell’isola dove sorge la Pfalz, i soldati rallentarono il passo. Voci all’interno del plotone invitarono a voltarsi verso il piccolo castello. C’era una scritta sul muro bianco. Nessuno sembrava capire il significato di quelle parole. Solo due, tra tutti quei ragazzi, iniziarono a ridere.
A lettere rosse campeggiava la scritta:

DANKE SKARAMUSCH!

54

wm_54Cosa c’è di meglio per svagarsi di un bel televisore McGuffin Electric Deluxe, che col suo schermo a luminosità fisiologica non stanca nemmeno la vista?

Avevo letto questo romanzo di Wu Ming nel lontano luglio 2006, sotto ad un ombrellone, nei giorni in cui l’Italia del calcio vinse il suo ultimo mondiale.

Non ricordo di preciso quando lo acquistai, probabilmente nel 2002. Avevo già letto e amato Q, ma fu acquistando 54 che scoprii l’universo di Wu Ming. A quel tempo non esisteva ancora il loro blog e Giap era una newsletter che raggiungeva solo gli iscritti alla loro mailing list. Divenni subito un Giapster, ma non lessi 54, lo lasciai sullo scaffale dei libri, non ricordo più perché.

L’ho riletto in questi giorni, dopo 9 anni dalla prima volta, non ricordavo più quanto era bello.

Ecco, la pallina è ferma. Quindici, Dispari, Nero.

Su Anobii 5 stelline.

Q il radioromanzo

Chi segue questo mio blog da un po’ di tempo sa che ho prodotto un mio audiolibro del romanzo Q di Luther Blissett, autore oggi conosciuto come collettivo Wu Ming.

Il mio lavoro era nato solo per uso personale e ne ho consegnata una copia a tre Wu Ming (il fatto che non abbia poi ricevuto nessun feedback sta forse a significare che la qualità del mio lavoro era veramente solo per uso personale).

Apprendo oggi che il Collettivo Mühlhausen ha iniziato a lavorare su un progetto ancora più ambizioso, ovvero produrre un radioromanzo.

Qradioromanzo

Questi ragazzi hanno bisogno di una mano.

Questi sono i link utili per chi vuole capirne di più.

Il post di Giap dove i Wu Ming spiegano tutto meglio di me: Giap

La pagina del Collettivo Mühlhausen per il crowdfunding: Q il radioromanzo

Qui poi si può vedere il bellissimo Trailer ed il primo capitolo già prodotto.

Ecco, loro sono sicuramente più bravi di me.

Sono diventato famoso

Alberto direbbe: Babbo, sei diventato famoso!

Quando Alessio è tornato dalla sua gita scolastica mi ha riportato una maschera.
Io l’ho fotografata e l’ho postata qui: Aspettando l’Armata e su Twitter.

Questa foto è stata poi utilizzata dagli organizzatori per creare la locandina della presentazione che i Wu Ming terranno proprio oggi (24 aprile) a Milano.

locandina wuming day

Dopo aver comprato l’Armata dei Sonnambuli, da bravo maniaco, mi sono fatto una foto con la maschera e il libro in mano.
Poi l’ho postata qui: Zó Bòt!!! e su Twitter.

Ai Wu Ming è piaciuta, hanno detto che faccio paura e l’hanno inserita come immagine in un loro post che parla del romanzo e non solo: Well done.

Qualche giorno dopo il quotidiano online toscano PaginaQ l’ha poi utilizzata per parlare di: Radio Roarr presenta i Wu Ming.

Oggi RadioTre l’ha pubblicata sul suo profilo Twitter per annunciare la presenza in studio dei Wu Ming: Radio3Tweet

Non sono diventato famoso, ma queste sono piccole soddisfazioni.
E presto il mio Scaramouche colpirà ancora.

Vo Nguyen Giap

Ieri è morto il generale Giap, aveva 102 anni.

Un anno e mezzo fa lessi il suo libro Masse armate ed Esercito regolare, ne parlo qui: Dieci, cento, mille Vietnam

Rebloggo qui il bellissimo post pubblicato sul loro blog Giap dai Wu Ming.

Vo Nguyen Giap, nome dei dannati della terra

Scritto in data 05/10/2013 at 9:50 am da Wu Ming

Vo Nguyen Giap

Vo Nguyen Giap (Cent’anni nel 2011 – RIP 2013)

“Sia chiaro: per noi “Giap” non è tanto la Grande Personalità, il Nome Famoso, l’Eroe, il “battilocchio” la cui contemplazione distoglierebbe lo sguardo dai processi collettivi e di lungo corso. Al contrario, per noi “Giap” è molteplicità, “Giap” sta per le miriadi di persone che, ciascuna a suo modo, hanno contribuito alla decolonizzazione, alla lotta planetaria contro razzismo e colonialismo, alla presa di coscienza degli spossessati di vaste aree del mondo. Per noi “Giap” è il secolo, la parte del XX secolo che vale la pena continuare a interrogare, con spirito critico ma senza revisionismi cialtroneschi. Né replicare né rinnegare, assumersi la responsabilità del phylum che ci porta all’oggi, senza affannarsi a strappare pagine dall’album di famiglia per paura che le vedano gli sbirri della memoria. Vengano pure a perquisirci: noi non abbiamo vergogne.” (Cent’anni di Vo Nguyen Giap, 2011)

***

[Dal capitolo 32 di: Vitaliano Ravagli – Wu Ming, Asce di guerra, 2000:]

Nell’ottobre del 1952 due divisioni del Vietminh occupano un villaggio Tai nella regione di Lai Chau, sul confine tra Laos, Cina e Tonchino settentrionale.
Il villaggio sorge in una valle lunga venti chilometri e larga undici, tagliata in due dal fiume Nam Yum, ed è appena stato evacuato da un battaglione laotiano collaborazionista. Nella lingua dei Tai si chiama Muong Thanh, ma i vietnamiti lo conoscono come Dien Bien Phu.
Da qualche mese il generale Giap sta pensando di passare il confine ed entrare in Laos, dove le guarnigioni francesi sono quasi tutte isolate e vulnerabili, a parte quelle di stanza a Vientiane e Luang Prabang. Giap non vuole impossessarsi del Laos, bensì provocare e intrappolare i francesi lungo il confine, dove le loro linee di rifornimento sono precarie.
Nell’aprile 1953 Giap penetra in Laos. E’ un’offensiva in grande stile: le divisioni Vietminh passano vicino alle fortificazioni francesi nella Piana delle Giare, cosparsa di monumenti funerari preistorici, e puntano su Luang Prabang, dove i cittadini sono stati allertati da un chiaroveggente cieco. Ma a un certo punto, per non farsi sorprendere dai monsoni, l’esercito di Giap ripiega e torna in Vietnam. Ha dimostrato di poter entrare nel Laos quando vuole, e può sempre riprendere l’affondo con la stagione secca.
I francesi si convincono che Dien Bien Phu è il punto strategico in cui bloccare l’offensiva Vietminh contro il Laos.

A maggio, il generale Salan viene sostituito dal generale Henri Navarre, ufficiale di carriera, reduce delle due guerre mondiali, che si dichiara ottimista sulle sorti del conflitto e proclama: «Vediamo chiaramente la vittoria come la luce in fondo a un tunnel.»
Navarre pensa di avere una missione: impedire a ogni costo l’invasione del Laos.
Il sottoposto di Navarre è René Cogny, lauree in legge e scienze politiche. Un altro consigliere è il colonnello Louis Berteil. Questo trittico di cervelli partorisce un piano ambizioso: prendere Dien Bien Phu e stabilirvi il punto d’appoggio per sfondare le retrovie di Giap.
A luglio, Navarre va a Parigi e sottopone il piano al primo ministro Joseph Laniel.
Il 28 ottobre, il Laos firma un trattato di alleanza e associazione con la Francia, che ne riconosce l’indipendenza e s’impegna a rispettarne la sovranità “in seno all’Unione Francese”.
La firma del trattato rafforza l’idea che il Laos vada difeso a ogni costo.
Nel frattempo, Navarre è tornato in Indocina, e dà inizio alla cosiddetta “Operazione Castoro”: cinque battaglioni francesi conquisteranno Dien Bien Phu.
Il colonnello Jean-Louis Nicot, capo dei trasporti aerei in Indocina, ammonisce che il cattivo tempo potrebbe ostacolare le operazioni. Nel frattempo, anche Cogny ha maturato dei dubbi e dice che Dien Bien Phu potrebbe diventare “un tritacarne”.
Navarre ormai è partito per la tangente, non sente ragioni, è convinto che il Vietminh non sarà in grado di fronteggiare un attacco su vasta scala.

In realtà, grazie a una serie di diversivi, Giap ha creato l’impressione che il grosso delle sue divisioni sia impegnato altrove: attentati ai convogli francesi sulle tratte che collegano il porto di Haiphong all’interno del paese, e ripetute incursioni nel Laos meridionale (“il manico della padella”). Giap sta preparando uno “scacco matto”: con la strategia degli attacchi sparsi blocca il Corpo di Spedizione francese in diverse regioni, e fa sì che non si possa fortificare un singolo punto senza sguarnirne un altro. Nel frattempo, i distaccamenti Vietminh si organizzano intorno a Dien Bien Phu.
Sa che i francesi si troveranno in posizione svantaggiosa, isolati, dipendenti dai rifornimenti aerei, mentre i suoi uomini si apposteranno sulle montagne che sovrastano la vallata, e potranno ricevere armi e rifornimenti dalle retrovie.

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Il 20 novembre 1953, sei battaglioni del Corpo di Spedizione si paracadutano nella valle di Muong Thanh, e vi si insediano.
Al comando delle operazioni c’è un ufficiale di cavalleria, Christian Marie Ferdinand de la Croix de Castries, donnaiolo aristocratico, di discendenza militare fin dalle Crociate.
Nel frattempo tra i leader delle grandi potenze matura la convinzione che il conflitto in Indocina possa essere ricomposto, come è appena successo in Corea.
Stalin è morto da poco, e la nuova dirigenza sovietica vorrebbe attenuare le tensioni internazionali.
L’opinione pubblica francese è stanca della sale guerre, la sporca guerra, e preme su Laniel perché cerchi “una soluzione onorevole”.
I comunisti cinesi, al potere da soli quattro anni, sono ansiosi di svolgere un importante ruolo internazionale, per proporsi in chiave “moderata” e ottenere il riconoscimento dei paesi europei. Zhou Enlai, primo ministro, è dell’opinione che, cacciati i francesi, arriveranno a premere sul confine meridionale i ben più temibili americani, che non riconoscono la Cina popolare. Zhou è per concedere ai francesi un ruolo nelle loro ex-colonie del sud-est asiatico, anche scavalcando il Vietminh.
Tutt’altra tendenza manifestano gli usa: John Foster Dulles, segretario di stato di Eisenhower, insiste sulla linea del “contenimento” del comunismo, pensa che in Corea la partita sia ancora aperta nonostante la “tregua”, preme sui francesi perché rimandino ogni iniziativa diplomatica e migliorino le loro posizioni in Indocina. Concede loro un prestito di 500 milioni di dollari. I francesi accettano i soldi ma rimangono scettici sulla prosecuzione a oltranza del conflitto.

Nemmeno Ho Chi Minh è convinto che sia già il momento di trattare: preferisce piegare l’opinione pubblica francese e imporre lui le condizioni. Ma deve tenere conto delle esigenze cinesi: dopotutto, il Vietminh si avvale di consiglieri militari inviati da Pechino, e molti guerriglieri vietnamiti si sono addestrati in campi cinesi. Soprattutto, Zhou Enlai ha fornito al Vietminh cinquantamila tonnellate di materiali militari e vettovaglie. Infine, se la Francia ha paura è anche grazie ai duecentomila soldati cinesi schierati a ridosso del confine col Vietnam.
Il 29 novembre 1953 Ho Chi Minh comunica al mondo la sua disponibilità a porre fine alla guerra “con mezzi pacifici”.
Ma intanto s’avvicina lo scontro finale.

I francesi hanno già perso prima di combattere. La disfatta matura nel loro Quartier Generale di Saigon: Navarre non ha capito niente della strategia e del potenziale bellico di Giap, e non prende in considerazione alcuna ipotesi che non si adatti ai suoi preconcetti.
Secondo Navarre, Giap non può contare su ingenti forze, quindi si rifiuta di spostare i grandi distaccamenti francesi dal Vietnam centrale a Dien Bien Phu.
Ma Giap ha trascorso più di tre mesi a schierare gli uomini. A partire da novembre, da quando i parà francesi si sono sistemati nella valle, Giap sposta verso Dien Bien Phu trentatre battaglioni di fanteria, sei reggimenti di artiglieria e un reggimento del Genio. Alcuni di questi spostamenti durano 7-8 settimane, i soldati attraversano a piedi montagne e giungle, marciano di notte e dormono di giorno per evitare i bombardamenti.
All’inizio del ’54, a Dien Bien Phu ci sono cinquantamila combattenti vietnamiti, più altri ventimila lungo le linee di rifornimento. Invece i francesi sono tredicimila, metà dei quali sono nord-africani o indocinesi lealisti, poco e male addestrati al combattimento. Il resto sono quasi tutti legionari.
Navarre non crede che Giap possa disporre di un’artiglieria, figurarsi di una contraerea. Ma l’artiglieria è stata trascinata a mano o portata in bicicletta, un’impresa titanica. Il Vietminh dispone di ventiquattro obici da 105 mm., tutti di fabbricazione statunitense, trofei di guerra della Corea.
Navarre crede di poter usare i carri armati, che invece verranno bloccati dalla fitta boscaglia e, durante le piogge monsoniche, affonderanno in profondi acquitrini.

Insomma, l’esercito francese si trova soverchiato in un rapporto di cinque a uno, intrappolato in un buco di culo fangoso, cannoneggiato dalle colline circostanti (impossibilitato a contrattaccare perché le postazioni Vietminh sono perfettamente mimetizzate) e soprattutto isolato, senza possibilità di ricevere vettovaglie né di evacuare i feriti, perché gli obici di Giap devasteranno la pista d’atterraggio, bloccando tutti i voli in entrata e in uscita.
Come aveva predetto Cogny, Dien Bien Phu sarà “un tritacarne”.

Poco prima dell’alba del 13 marzo, l’assedio si trasforma in attacco. Gli obici aprono il fuoco, sorprendendo e paralizzando i francesi.
Castries ha fatto costruire quattro basi d’artiglieria, battezzate coi nomi di sue ex-amanti: Gabrielle, Anne-Marie e Béatrice sul lato nord della valle, Isabelle sul lato sud.
Giap scaglia la sua “onda umana” contro Gabrielle, Anne-Marie e Béatrice. Isabelle è troppo lontana per aprire un fuoco di copertura, inoltre è difesa da un terzo dell’intera forza francese, che non osa spostarsi nel timore di un altro attacco. Béatrice cade immediatamente, Gabrielle e Anne-Marie il giorno successivo. La pista d’atterraggio è completamente distrutta dagli obici.

Charles Piroth

Charles Piroth

Il vicecomandante francese, colonnello Charles Piroth, esperto di cannoni con un braccio solo, aveva dichiarato: «Nessun cannone Vietminh riuscirà a fare fuoco tre volte prima di essere distrutto dalla mia artiglieria.» All’alba del 15 marzo, Piroth stacca con i denti la linguetta di una bomba a mano e si fa saltare in aria. La sera prima lo hanno sentito dire: «Sono completamente disonorato.»

Quella dell’onda umana è una tattica tipica della guerra di Corea, e infatti l’hanno suggerita due consiglieri cinesi, Wei Guoqing e Li Chenghu. E’ una tattica costosissima in termini di vite umane, lo stesso Mao è contrario a ricorrervi. La forza di un esercito popolare dipende dalla coscienza politica di ogni singolo combattente, ciascun uomo è importante, non lo si può usare come carne da cannone.

Nei primi tre giorni di assalto, il Vietminh conta 2000 morti e 7000 feriti.

Giap decide di interrompere l’offensiva, lasciar perdere i suggerimenti dei cinesi e passare a una “strategia di attrito”. Nelle settimane seguenti, fa scavare gallerie e trincee fino a circondare la guarnigione francese con centinaia di chilometri di passaggi sotterranei.
Quest’impresa non sarebbe possibile senza l’impegno di 33.500 dân công (patrioti operai). Con più di 2700 biciclette modificate (chiamate xe thô), quasi altrettante giunche e più di 17.000 cavalli, i  dân công portano al fronte ventimila tonnellate di riso, oltre a munizioni e beni di prima necessità. E’ grazie a questa mobilitazione che Giap può fare attrito . Tra il gennaio e il maggio del ’54, i  dân công contribuiranno alla causa anti-francese con cinque milioni di giornate di lavoro.

Formiche rosse

Si avvicinano le piogge monsoniche, e i francesi sperano che il Vietminh affogherà nel fango. Succede il contrario: le nuvole basse impediscono all’aviazione francese di bombardare le retrovie di Giap e ostacolano i lanci di rifornimenti ai francesi assediati. A parte il problema di visibilità, c’è anche la contraerea Vietminh, che costringe gli aerei a volare troppo alti, così i lanci sono sempre più imprecisi. Molte vettovaglie, munizioni e, in almeno un caso, informazioni segrete destinate ai francesi assediati, atterrano in pieno territorio Vietminh.
Nel frattempo, molti indocinesi, e persino qualche regolare francese, disertano il Corpo di Spedizione. I legionari li chiamano, spregiativamente, “i sorci del Nam Yum”, perché spesso, al momento di fuggire, guadano il fiume portando con sé i viveri appena paracadutati.

E’ il momento dell’extrema ratio: il governo francese chiede aiuto agli americani. L’ammiraglio Arthur Radford propone che sessanta bombardieri B-29, scortati da cacciabombardieri della Settima Flotta USA, decollino dalle Filippine e facciano incursioni notturne contro il perimetro Vietminh intorno alla valle. Il progetto ha un nome: “Operazione avvoltoio”.
Il generale Paul Ély, capo di stato maggiore francese, comunica la notizia al suo governo, comprensibilmente contento. Ma il capo di stato maggiore americano, Matthew Ridgway, è contrario a un coinvolgimento diretto sul fronte asiatico: ancora scottato dalla Corea, teme l’intervento dei cinesi e l’ipotesi di dover spostare in Vietnam dalle sette alle dodici divisioni, distogliendole da altri settori strategici.
Il presidente Eisenhower è d’accordo con lui e rinvia la decisione al Congresso e agli Alleati. Senza il loro appoggio non intende muovere un dito.
Benché il vicepresidente Nixon e il segretario di stato Dulles facciano pressioni sui parlamentari, il Congresso non dà l’autorizzazione.

Nel frattempo, un gruppo di studio del Pentagono conclude che tre armi atomiche tattiche, “opportunamente impiegate”, sarebbero sufficienti ad annientare il Vietminh. Radford è entusiasta di quest’idea e spinge perché la si proponga ai francesi. Secondo alcune fonti, lo stesso Dulles è favorevole all’ipotesi atomica, ma i vertici del Dipartimento di stato non solo sono contrari, ma terrorizzati anche solo dall’eventualità che circoli una voce del genere. Un anonimo funzionario ammonisce: «Se la vicenda trapelasse, scatenerebbe un gigantesco grido di disapprovazione in tutti i parlamenti del mondo libero.»

La guarnigione francese a Dien Bien Phu è ormai condannata, e con essa il dominio coloniale francese in Indocina. Tutti lo sanno, ciò che conta è limitare i danni. E’ l’ora dei negoziati.
Si fissa per l’8 maggio l’avvio della conferenza di Ginevra sul problema dell’Indocina, a cui parteciperanno delegazioni di Francia, Stati Uniti, URSS, Cina, oltreché, naturalmente, del Vietminh.
Con sorprendente tempismo, Giap espugna Dien Bien Phu il 7 maggio. L’assedio è durato cinquantacinque giorni. Dalla parte dei francesi, si contano 1.142 morti, 4.436 feriti e 1.606 dispersi. Le perdite del Vietminh  ammontano a 7.900 morti e più di 15.000 feriti.
A Ginevra, si comincia a discutere.

http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=14354

Il post di Wu Ming.

Point Lenana

28499_Point_LenanaMartedì sera sono stato ad Arezzo ad una delle presentazioni di Point Lenana che Wu Ming 1 sta facendo in giro per l’Italia. E’ quindi l’occasione giusta per scrivere qualcosa su questo libro che ho letto oramai da un paio di mesi.

Non è mai facile per me scrivere qualcosa su un lavoro dei Wu Ming, ne so sempre talmente troppo che sono sicuro di non essere in grado di dire nel modo giusto quello che vorrei.

In questo libro, nessuno è menzionato senza motivo.

Nel 1943 tre prigionieri di guerra italiani fuggono dal loro campo di prigionia in Africa per scalare il monte Kenia, per poi rientrare dopo 17 giorni.

Gli autori ripercorrono, letteralmente, le orme dei protagonisti, scalando anch’essi il monte Kenia.

Il libro prende le mosse da quest’evento, per poi andare in mille direzioni diverse e diventa una  scorribanda nel Novecento italiano e non solo.

Nel ricostruire la vita dei protagonisti, e soprattutto quella di Felice Benuzzi, i nostri autori ci parlano di Impero Austro-Ungarico, di Trieste, di irredentismo e di tutti i problemi del confine a nord-est, ci parlano molto di alpinismo, ripercorrendo la storia dell’alpinismo triestino e soprattutto la vita di alcuni personaggi fondamentali come Emilio Comici. Arriva poi la prima guerra mondiale, la nascita del fascismo e soprattutto il mai abbastanza discusso colonialismo italiano, ricostruendo anche in questo caso i fatti e le vite dei protagonisti principali del periodo, soprattutto quelle di Graziani e Badoglio. Ci parlano di Mussolini, della seconda guerra mondiale e di resistenze. Intervistando la moglie del Benuzzi ripercorrono poi la seconda parte della vita dei nostri protagonisti, quando una diventerà diplomatico, console ed ambasciatore mentre il Giuan tornerà in Africa a fondare e gestire ospedali in mezzo al nulla.

Compiremo dunque un volo di falco, una sintesi di occhiate rapaci, ogni tanto calando in picchiata e catturando l’essenziale.

Point Lenana è un enorme contenitore di idee.

Se siano chiare non lo so. Il problema è che ne ho parecchie. Un libro può contenerne molte, ma una di troppo lo può distruggere.

Un immenso lavoro di quattro anni che ha cambiato la vita di uno degli autori. Wu Ming 1, da animale di pianura che non si era mai interessato di montagna, adesso è sempre alla ricerca di nuove vette da conquistare.

Un lavoro immenso e difficile da assemblare. La parte più difficile pare sia stato il montaggio, il cercare di mettere insieme tutto per rendere il più interessante e scorrevole questo oggetto narrativo non identificato, come a loro piace chiamarlo.

Se i libri migliori ti lasciano la voglia di approfondire gli argomenti trattati, qui ci vorrebbe una vita per approfondire tutto, ma nulla è trattato superficialmente, ogni argomento è presente nella giusta dose ed il sapientissimo uso di moltissimi strumenti narrativi rende queste fitte 600 pagine piacevoli e scorrevolissime.

Ci sarebbero mille altre cose da dire. Sul loro blog (Giap) si trovano i podcast di molte loro presentazioni, per chi volesse approfondire.

Su Anobii 5 stelline.

Tornano i partigiani

Si sta avvicinando anche quest’anno il 25 aprile, noi ancora non abbiamo deciso cosa fare in quella giornata, l’unica cosa certa è che la sera suonerò a Città di Castello.

Si sta avvicinando anche quest’anno il 25 aprile ed in libreria tornano i partigiani. E’ appena uscito In Territorio Nemico, il primo romanzo scritto a 230 mani dai SICsters, i ragazzi di Scrittura Industriale Collettiva.

Naturalmente il romanzo non l’ho ancora letto, ma non tarderò molto a farlo. Nel frattempo, a chi vuole saperne di più, consiglio la bella e lunga intervista che Wu Ming 2 ha fatto ai fondatori dell’interessantissimo progetto.

Ops, dimenticavo il link: Wu Ming 2 intervista i SICsters