Strade

Torno a Milano.

Solo per tre giorni.

L’ultima volta è stata nella primavera del 2001.

15 anni fa.

Alessio era piccolo piccolo, Alberto non c’era.

Voglio fargli vedere la città dove sono vissuto per 22 anni.

Riconoscerò le mie strade?

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Fine Impero

genna-copertina Il cielo sfonda l’azzurro, è un’iride che vede tutto, al centro è il sole pallido, a cui si sono votati tutti popoli che abbiano installato un regno sul pianeta. I loro imperi sono finiti sempre, per sempre.
Si può spendere ogni propria forza soltanto per vedere cosa accade alla fine del regno, ansiosi di osservare abbattersi su di noi la sanzione definitiva.

È sempre difficile riuscire a scrivere due righe su un romanzo di Giuseppe Genna, non capisco mai se la colpa di averci capito poco sia la mia o la sua.
La sensazione è quella di aver di fronte l’opera di un grande scrittore e di non essere un lettore adeguato.

È stato il caso anche di questo Fine Impero, pubblicato nel 2013.

A fine impero è possibile descrivere soltanto. Non rappresentare, non troppo fingere.

Non c’è una parola fuori posto, non una virgola inadeguata, spesso sembra di leggere una poesia in prosa.
Ma fino a metà romanzo non avevo capito dove volesse andare.

Si muore sempre alla fine, è questa la banalità orrenda. E certo che finisce. Finiscono gli imperi, a maggior ragione gli umani.

UNO – Il protagonista che ha perso la cosa più importante che un uomo possa perdere.
I primi capitoli narrano la storia a ritroso, ti spiazzano.

DUE – Passano alcuni anni, lui si ritrova embedded nel mondo della moda. Conosce lo Zio Bubba, il maestro di cerimonie dei festini dell’Italia fine impero e conosce il proprietario del paese, la decadenza impersonificata, l’Imperatore che non riesce a finire.

Nello spettacolo è noto a tutti che questo è un mondo di perversi fine impero.

Tutto si svolge nella capitale dell’impero, Milano, e nella sua periferia più decadente, la Brianza.

La Brianza è un limbo tossico, è il primo segmento del convoglio ad alta velocità occidentale i cui binari conducono alla voragine e alla grande scossa, è la polena dal volto orrendamente deturpato e installata sulla prora della nave occidentale, ormai votata allo schianto oceanico.

TRE – E come in un cerchio perfetto, la fine.

Ci fu un tempo in cui il fenomeno umano addebitava alla vita il peso di un valore: questo forse verrà detto in un futuro quando ritroveranno arrugginite le scatole di latta che furono auto, la gomma dei pneumatici disciolta nell’asfalto spaccato da vegetali di ogni specie.

Con GiuGenna ci proverò ancora ed ancora, vediamo chi la spunta.
Intanto lo ringrazio per avermi fatto ritrovare un personaggio indimenticabile della TV privata lombarda degli anni ’80 come Lucio Flauto.

Su Anobii 3 stelline.

Il senso della frase

Il senso della fraseNon so sciare, non so giocare a tennis, nuoto così così, ma ho il “senso della frase”. Il senso della frase è Privilegio poiché, se lo possiedi, permette a una tua bugia di essere, se non creduta, almeno apprezzata. Nel caso poi, una volta tanto, tu ti decida a dire la verità, quella vera, quella che puzza perché non si lava con gli eufemismi, quella brutta perché non si ritocca né si abbellisce con la chirurgia estetica del ricordo, nel caso tu dica la verità, la verità pelosa, la verità arrapata, se possiedi il senso della frase la verità avrà un aspetto un po’ puttanesco eppure di classe di una bella menzogna.

In questi anni ho letto tutto del buon Andrea G. Pinketts, milanese doc che scoprii proprio quando ancora abitavo a Milano, una vita fa. Ho letto tutto e l’ho letto con passione calante, perché mi è sempre sembrato che scrivesse sempre le stesse cose.
Ed allora ho deciso di rileggere quello che è considerato il suo capolavoro ed il manifesto della sua poetica, questo Il Senso della Frase, pubblicato quasi vent’anni fa, nel 1995.

I suoi romanzi rientrano nella categoria dei Noir, genere del quale è ritenuto uno degli esponenti più interessanti, ma in realtà la trama è sempre solo un pretesto per fargli raccontare aneddoti della sua vita mascherati da avventure capitate al suo eroe Lazzaro Santandrea e per fargli dipingere in modo magistrale personaggi solo all’apparenza surreali.

Era stagliato lì, di fronte all’autosalone, dentro una tuta di pelle nera da centauro. La moto posteggiata di fronte alle vetrine, irrideva i BMW esposti, come un coltello da sub sfotte un kalashnikov scarico.

La trama è talmente solo un pretesto che ho finito di leggere questo romanzo da pochi giorni e già non ricordo quasi più di cosa parlava, di chi era l’assassino, del fatto che forse non c’era neanche un assassino. Ma non importa, sono state 250 pagine divertenti, uno spaccato della Milano degli anni ’90, della Milano che un po’ ho vissuto anch’io.

Pinketts ha il senso della frase, sa come usare le parole, sa come costruire frasi ad effetto e come giocarci per spiazzarti quasi ad ogni riga.

Mentre mi stavo vigorosamente lavando i denti per vedere sangue dalle gengive, il telefono squillo. Insistere con uno spazzolino extra strong sulle gengive per farle sanguinare è una forma di suicidio da codardo: tempo cinque anni e sarei morto dissanguato.

Alla fine è vero, scrive sempre le stesse cose, ma le scrive bene ed è sempre un piacere leggerle.

Su Anobii 4 stelline.

Grande Madre Rossa

Grande-Madre-RossaBenvenuti nella Fiaba. Benvenuti nella Leggenda. Infilate la pupilla curiosa nel caleidoscopio: la voce del mago vi dice che E’ Andata Così.

L’ho già scritto e mi ripeto, di Giuseppe Genna lessi Hitler 6 anni fa, era un romanzo difficile che non riuscii mai a digerire. Ma oggi pare non si possa non leggere ed apprezzare GiuGenna. Tutti a consigliarmi il suo Dies Irae, io invece ci ho riprovato con questo Grande Madre Rossa, uscito nell’ormai lontanissimo 2004.

Non è poi così semplice leggere GiuGenna, almeno non per me.

Nella bruma che arrugginisce l’aria, Milano è una grande madre rossa all’orizzonte: non si vede.

Milano, esplode e crolla il palazzo di giustizia. Infiniti morti. E’ un attacco terroristico.

La città colpita da ictus è cieca, è sorda. L’ictus ha causato la paresi del corpo intero della città.

La città è ferita, l’Italia è ferita. Il mondo intero si mette alla caccia.

L’investigatore Lopes ha un compito, il più delicato: ritrovare lo Schedario della procura. Il fantomatico luogo dove sono custoditi i segreti d’Italia, se viene ritrovato e cade nelle mani sbagliate cadono i governi, non soltanto l’attuale. Cadono a dòmino, indietro, a catena, tutti i governi dell’Italia repubblicana.

E’ una caccia all’uomo ed una caccia al mistero.

Chi è la Grande Madre Rossa?
Che gioco di scatole cinesi è questo?
Che trama è questa?
Che trama è questa che ci costringe a non fare niente, a stare a guardare, al culmine della nostra impotenza?

La scrittura di Genna stimola tutti i sensi del lettore, frasi corte e taglienti che lasciano senza fiato, autentici pugni nello stomaco. L’unico appunto che posso fare all’autore è l’eccessiva ricercatezza lessicale, anche se non siamo al livello di Hitler che fu leggibile per me solo con un dizionario a disposizione.

C’è l’orrore: orrore puro.

Giuseppe Genna supera a pieni voti il mio esame di riparazione ed ha il merito di avermi riportato a Milano, nella mia Milano, quella dove sono cresciuto, quella di via Pellegrino Rossi e di via Candiani. Ne troverete altri di suoi romanzi su queste pagine.

Sembra la fine.
E non è mai la fine.

Su Anobii 4 stelline.