DANKE SKARAMUSCH!

dsc_9718-ridottaSono trascorsi già due anni da quando scrissi il mio racconto per la raccolta #TifiamoScaramouche.

Non so quante persone abbiano scaricato i 4 volumi di racconti dal sito della Wu Ming Foundation, ma sicuramente quasi nessuno ha letto il mio racconto.

Allora è giunto il momento di rilanciarlo su questo mio piccolo blog.

Sono ben accetti commenti e critiche.

 

Il Giustiziere
Kaub am Rhein
1813-1814

I

La nebbia del mattino lasciava appena intravedere la fortezza dello Schönburg, sulla riva opposta del Reno. I pontieri russi avevano fatto un gran bel lavoro: una cinquantina di barche unite a formare un ponte e l’isola dove sorge la torre della Pfalzgrafenstein che rompeva la lunga tratta. Le sponde del grande fiume erano collegate.
Martin era seduto sulla banchina insieme ad altri quattro o cinque Jäger sassoni, gli stivali quasi a sfiorare l’acqua. Guardavano il ponte. I russi inchiodavano le ultime travi e tendevano le ultime funi, mentre un gruppetto di mocciosi sfidava i divieti e giocava a rincorrersi sulle assi che, dal giorno successivo, avrebbero sopportato il peso di 50.000 uomini, 15.000 cavalli e 182 cannoni. La Grande Armata Slesiana del vecchio Generale Gebhard Leberecht von Blücher si sarebbe messa all’inseguimento dello sconfitto imperatore francese.
Martin cercò il disco del sole che attraverso la nebbia sembrava una luna nel cielo bianco, tra le colline bianche di neve. I deboli raggi non erano ancora riusciti ad asciugargli le ossa dall’umidità di un’altra notte in tenda.
«Vado a cercare Leonard, così mi scaldo un po’».
Con Leonard erano cresciuti insieme, sulle sponde dell’altro grande fiume tedesco, l’Elba. Insieme si erano arruolati nell’esercito che il re di Sassonia aveva voluto schierare al fianco di Napoleone. Sopravvissuti alla battaglia di Lipsia, dopo un cambio di alleanze degno del miglior esercito italico, si erano ritrovati nel pantano della valle del medio Reno, ad aspettare la costruzione di un ponte.
Si incamminò per le strade del paese. L’attività di fronte al quartier generale era come sempre frenetica e nessuno fece caso a lui. Nell’attesa di riprendere l’inseguimento era come se tutti fossero in libera uscita. Fu proprio girovagando per Kaub che, un paio di settimane prima, avevano conosciuto Romy: qualche anno più grande di loro; il marito perso in una battaglia napoleonica per difendere chissà quale bandiera; tanto bisogno di affetto. Martin e Leo condividevano sempre tutto da quando erano bambini. Da quel giorno condivisero anche lei.

II

«Verweigertes Gott Leo, finalmente ti trovo, dov’è che sei stato tutta la mattina?».
«Lasciami perdere oggi Martin, ho troppe cose per la testa».
«Tu hai sempre troppe cose per la testa. Ti ho cercato per mezza Kaub, hai sentito le voci in giro? Si dice che il vecchio prussiano abbia fretta».
«Sì, ho sentito. Per questo oggi ho fretta anch’io».
«Dove vai con la sacca della maschera? Sei stato da lei?».
«Da lei? Sì, stamattina presto».
«Hai voluto cominciar bene l’ultimo giorno dell’anno?».
«No, no, solo un saluto».
«Dalla a me allora la maschera che voglio andare a salutarla anch’io stasera».
«Non posso, mi serve, domani ti spiego, divertitevi».

III

Martin aveva incontrato Leo nella strada del mercato, durante le prime ore di quel freddo pomeriggio. Sperava di trascorrere con l’amico il resto di quell’ultimo giorno dell’anno. Era stato invece liquidato con poche veloci parole. Non era un comportamento tipico di Leonard che di parole ne diceva sempre troppe e non sempre erano facili da comprendere. L’amico aveva qualcosa per la testa, ma c’era troppo movimento quel giorno per stare a pensarci su.
Martin guardò verso la rocca del Gutenfels, i vigneti coprivano la collina. Il vino che stava tenendo buona e calda l’armata veniva tutto da quei ripidi filari ed era tutto di proprietà del signorotto locale, il conte Klaus Farneten von Pomarich. Si diceva che questo Conte fosse uno strano personaggio. Arricchito per meriti non suoi aveva spezzato per anni la schiena dei contadini renani, producendo a sua discolpa un nettare delizioso. L’instabilità politica causata dalle guerre napoleoniche aveva portato un calo delle commesse, questo gli aveva dato la scusa per lasciare mezzo paese senza la paga di sei mesi. Anche Romy era tra chi aveva portato sulla schiena i tini carichi d’uva senza ricevere nulla in cambio se non un pezzo di pane a fine giornata. L’arrivo a Kaub delle migliaia di soldati di Blücher gli aveva dato l’opportunità di tentare il colpo a sorpresa: svuotare le cantine, vendere vigneti e proprietà e ritirarsi a Colonia o forse ancora più lontano. La sorpresa però non era riuscita, in paese ne parlavano tutti.
Il giovane sassone si incamminò per il sentiero innevato che costeggiava il Reno, dopo che il sole aveva terminato la sua breve corsa invernale. Ardevano lungo il fiume i fari di segnalazione che illuminavano con la loro luce gialla anche l’ultimo gruppo di case a graticcio.
Ancora pochi minuti di cammino per incontrare Romy. Da giovane aveva giocato a fare l’attrice nella piccola compagnia teatrale del paese ed era stata lei a svelare ai due ragazzi sassoni l’origine della loro strana maschera. Il fante francese che la conservava in una sacca dentro al suo zaino aveva fatto una brutta fine. Un colpo di cannone si era portato via troppe parti del suo corpo, giusto il tempo di implorare con un filo di voce affinché qualcuno la custodisse. Avevano raccolto quella sacca per curiosità e per soddisfare un ultimo desiderio e l’avevano tenuta nascosta a tutti nel viaggio attraverso le lande tedesche. Durante il loro primo incontro l’avevano mostrata a Romy che l’aveva riconosciuta come una maschera del personaggio teatrale di Skaramusch e aveva voluto che i due ragazzi la indossassero quando la raggiungevano per farle compagnia.

IV

«Ma l’hai sentito che vuol fare quel pazzo del tuo amico?».
«Zitta bella mia e dammi un bacio».
«Macché zitta, son mica tua, non mi paghi per volerti bene».
«E allora dimmi che vuol fare Leo, ma poi mi dai un bacio».
«Dice che vuol dare una lezione al mio padrone, che si mette quella vostra maschera col nasone e che lo riempie di botte, così che impara a pagare i contadini. Quando ha saputo che anch’io ho la paga arretrata e che quel fottuto di un conte vuole scappare è andato fuori di testa».
«Leo è così, parla tanto e poi non combina mai niente. Però è vero che la maschera non me l’ha voluta dare».
«Guarda che è deciso, oggi all’alba è venuto da me. Parlava e parlava, in un modo ancora più strano del solito. Diceva che ha calcolato tutto, che sa come beccarlo quando è da solo, che sa come arrivare sotto al palazzo senza essere visto. Poi s’è messo quella maschera del teatro. Pensavo volesse far l’amore così, come facciamo sempre, e invece m’ha detto che con quel nasone vuole cavargli un occhio e che tanto Skaramusch lo conosciamo solo noi tre. Poi se n’è andato. Non mi ha neanche toccato. Ha voluto solo un bacio».
«Abgeschraubtes Gott! Ma perché poi? Cosa gliene frega a lui se voi contadini siete senza paga da sei mesi. E poi proprio adesso che si parte. Il ponte è finito e si dice che Blücher vuol far partire l’armata già domani».
«Domani? Come domani! Perché domani?».
«E che ne so io, mica t’avvisa prima quel vecchiaccio prussiano, sai dove gliela infilerei io quella croce nera che porta al collo! E i sassoni aggregati all’armata li vuole in testa alla colonna. In avanscoperta dicono. Non si fidano, se c’è da farsi ammazzare siamo meglio noi che gli slesiani».
«Ti prego Martin, portatemi via. Qui non ho più niente e a voi non voglio perdervi».
«Con noi non ti possiamo portare, ma se vai con le donne delle salmerie sapremo ritrovarti. Intanto inizia a darmi un bacio come sai far bene tu».

V

Un rumore. Un rumore alla finestra. Un rumore alla finestra improvviso, inaspettato. Klaus ha gli occhi sbarrati. Forse un sasso lanciato da un soldato ubriaco. Ce ne sono troppi a Kaub in questi giorni, 50.0000, forse di più, forse neanche il vecchio sa quanti siano. In questa ultima notte dell’anno stanno festeggiando in tutte le strade. Ancora un rumore, ancora più forte. Sono ovunque, fin sotto le mura del Gutenfels, tra le sue vigne.
Notte buia, niente stelle. Klaus è solo in questo piano del palazzo, moglie e figli a passare il Natale a Coblenza. Troppo solo. La ragazza che gli ha scaldato il letto ed ha brindato con lui la mezzanotte è già tornata nella sua stanza, a pianterreno, con il resto della servitù.
Scende dal letto. Il tempo di accendere il lume. Una pioggia di vetri, una ventata d’aria gelida, un’ombra nella finestra. Una figura nera, con un salto, raggiunge il pavimento in legno della stanza. Tremano le pareti, trema la fiamma della lampada ad olio, trema la strana ombra proiettata sul muro. Inizia a tremare anche Klaus. Aver ereditato la metà dei vigneti intorno a Kaub e poter disporre a piacimento di un centinaio di contadini non fa di lui un cuore impavido.
L’ombra fa un passo avanti, la debole luce rivela un volto nero, mostruoso, con un lungo naso a becco. Ancora un passo e appare quello che sembra un uomo, con l’uniforme dei landwehr slesiani, il berretto con la nera croce teutonica, una maschera di cuoio a ricoprirne il volto e un bastone nodoso in una mano. Si dice che gli animali sentano l’odore della paura. Sotto la maschera si nasconde un uomo, non un’animale. Klaus sa che lui sente la puzza del suo terrore.
Un filo di voce: «Chi sei, cosa vuoi? Hai sbagliato posto, non è qui la tua festa di fine anno». Un colpo. Un grido. Sa di essere stato colpito. Non sa dove. La gamba sinistra cede. Il ginocchio. L’ha colpito al ginocchio. A terra. Non riesce neanche a chiamare aiuto. Forse sa che in una notte come questa sarebbe inutile. Forse non si è ancora reso conto di cosa sta accadendo. Forse è troppo orgoglioso per farlo. Si allunga verso il settimino, cerca aiuto nelle maniglie e riesce a rialzarsi. Nel secondo cassetto c’è la sua pistola, sempre carica, sempre pronta a sparare, come gli ha insegnato suo padre. Apre il cassetto. Mentre con una mano cerca la sua arma vede allo specchio la figura mascherata, alle sue spalle. La sua mano rovista tra le carte. Deve esserci, c’è sempre stata. L’ombra del bastone si alza. Stacca gli occhi dallo specchio solo per il tempo di rendersi conto di aver aperto il cassetto sbagliato. Il primo colpo arriva alla schiena, toglie il respiro. Il secondo ancora alle gambe, cade a terra. Il terzo alla testa, la bocca si riempie di sangue, nelle orecchie un fischio assordante. Una voce lontana: «Sono Skaramusch, ricorda sempre questo nome. Tu sai perché sono qui». Il quinto e il sesto colpo sono ancora alla testa. Il settimo e l’ottavo non li sente più.

VI

«Romy, l’ho fatto!».
«Leo sei pazzo, ma ti voglio ancora più bene».
«Gli ho dato solo un po’ di bastonate, per questi ladri ci vorrebbe la “Cura Robespierre”».
«Sei sicuro che non t’ha visto nessuno?».
«Tranquilla, mi sono travestito bene e poi avevo la maschera».
«Ma come hai fatto? Tu dici sempre di aver paura di tutto».
«Stanotte avere paura non era permesso. Adesso però devo andare».
«Vieni qua, meriti un bacio. Ma ora della maschera cosa ne farete?».
«Penso che dovremo liberarcene, ma non so come. È destinata a compiere grandi imprese, non mi va di bruciarla o distruggerla. Quel francese morto a Lipsia non me lo perdonerebbe».
«Allora come fare te lo dico io. C’è una zattera di tronchi che stamattina lascerà Kaub. A bordo c’è un mio cugino, la porterà lontano da qui».
«Peccato che nessuno saprà mai che è stato Skaramusch».
«Magari sì, ho già un idea».

VII

Il freddo pungente gli stava risvegliando i sensi. Martin camminava sulla neve da quasi mezz’ora. Aveva scelto la strada più lunga per rientrare in paese, voleva vedere lo spettacolo del fiume dall’alto delle colline. Forse per l’ultima volta. Era rimasto da Romy tutta la notte. Il vino non lo aveva aiutato a svolgere da solo quei compiti che spesso condivideva con Leo. La loro amica renana era molto esigente.
Ridiscese tra le strade del borgo e imboccò la lunga schulstraße. Doveva raggiungere il luogo di concentramento del suo battaglione e lì avrebbe ritrovato l’amico. Vide in lontananza il palazzo del conte. Troppa gente era ammassata di fronte a quel portone.

VIII

«Cosa cazzo hai combinato stanotte?».
«Solo quello che dovevo fare».
«Che eri strano lo sapevo, ma non ti credevo pazzo fino a questo punto».
«Ho dato solo una piccola lezione a quel bastardo, se la ricorderà per un bel po’».
«Sei solo un folle!».
«Il molto che lo stolto non comprende egli lo chiama follia. Ecco la verità».
«E che cazzo vuol dire?».
«E che ne so. È una frase che ho letto in un libro e che m’è piaciuta».
«Ma che bisogno c’era di ammazzarlo!?».
«Cosa? È morto? Ma sei sicuro?».
«In paese non si parla d’altro. L’hanno ritrovato nella sua camera, in una pozza di sangue, con il cranio fracassato. E si dice che sia stato uno slesiano che indossava una strana maschera. C’è chi l’ha visto girare per il paese».
«Quante cose che si dicono! E tu credi a tutto quello che senti raccontare?».
«No. Infatti so che non è stato un landwher di Breslavia, ma un coglione di Dresda! A proposito, a chi l’hai fregata quella divisa?».
«A qualcuno che aveva esagerato col vino».
«In troppi hanno esagerato col vino stanotte».
«Martin credimi, non lo volevo ammazzare, non so neanche come si fa ad ammazzare qualcuno».
«Vedo che hai imparato bene però».
«Forse gli ho dato un colpo di troppo. Forse hai ragione tu, ho bevuto un bicchiere di troppo, ma il vino mi ha dato quel coraggio che altrimenti non avrei mai avuto. E poi il conte sarà stato anche un gran bastardo, ma il suo Riesling è eccezionale».
«Comunque oramai è successo, tutto sommato se lo meritava. Però adesso Skaramusch è diventato un assassino, anche se stiamo partendo gli daranno la caccia lo stesso».
«Skaramusch non è un assassino, è un giustiziere!».
«Come vuoi tu, Leo, però dobbiamo liberarci lo stesso della maschera, è troppo pericoloso portarla con noi».
«So già cosa fare, il nostro reggimento si metterà in marcia tra un paio d’ore, vieni con me, andiamo giù al molo».

IX

La neve cadeva lenta in quel primo giorno del nuovo anno. Una zattera di tronchi si staccò pigra dalle banchine di Kaub e la corrente del Reno la condusse verso nord. Prima Coblenza, poi Colonia, poi chissà, forse fino ai Paesi Bassi. Il tratto più difficile del viaggio lo zatteriere lo incontra dopo pochi minuti dalla partenza, quando le curve del grande fiume lo portano sotto la roccia della Loreley, dove la valle diventa strettissima, le acque più profonde, la corrente più forte e dove non deve farsi distrarre dal canto della bella ondina che pettina i suoi capelli d’oro dall’alto della rupe.
Martin ripensò a questa leggenda mentre guardava la strana imbarcazione staccarsi dalla riva.

X

I cacciatori sassoni erano in testa alla colonna, i due ragazzi di Dresda confusi tra i loro compagni.
I gendarmi dell’armata avevano iniziato la loro caccia all’uomo già dalle prime ore dell’alba, appena si era sparsa la notizia. Blücher non voleva lasciare impunito l’omicidio del conte, sarebbe stato un torto troppo grande al suo onore. Cercavano un fante slesiano. Un ago in un pagliaio. L’armata però non poteva fermarsi, l’inseguimento a Napoleone era più importante.
Martin guardò il Generale settantenne che sul suo cavallo bianco controllava le truppe e impartiva gli ultimi ordini, mentre i comandanti dei plotoni davano il comando di iniziare la marcia. Gli stivali sulle assi del ponte iniziarono a produrre un rumore assordante, ma non cadenzato come gli ufficiali avrebbero voluto, troppi soldati dovevano ancora smaltire i postumi della notte di festa.
Leonard sembrava frastornato. Martin si rese conto che la notte appena trascorsa avrebbe segnato l’amico per molto tempo. Aveva ucciso un uomo a sangue freddo. Aveva fatto un grande sbaglio, non è quello il modo per ottenere giustizia. I contadini non avrebbero mai avuto la loro paga arretrata, ma forse sarebbe servito da lezione per altri sfruttatori. Forse la vita a Kaub sarebbe migliorata. Martin ricordò di aver sentito dire che se un grande sbaglio porta grandi vantaggi, non è più uno sbaglio.
Tutta la popolazione del paese e dei dintorni si era riunita sulle sponde del fiume per salutare i soldati in partenza che venivano bersagliati dalle palle di neve lanciate dai bambini. Gli parve di vedere anche Romy, gli aveva promesso che si sarebbe unita alla coda dell’armata. Sperava di ritrovarla tra qualche giorno.
Arrivarono marciando all’altezza dell’isola dove sorge la Pfalz, i soldati rallentarono il passo. Voci all’interno del plotone invitarono a voltarsi verso il piccolo castello. C’era una scritta sul muro bianco. Nessuno sembrava capire il significato di quelle parole. Solo due, tra tutti quei ragazzi, iniziarono a ridere.
A lettere rosse campeggiava la scritta:

DANKE SKARAMUSCH!

Das Kapital

Tela = abito è il fondamento dell’equazione. Ma le due merci qualitativamente equiparate non recitano la stessa parte. Solo il valore della tela viene espresso. E come? Riferendo la tela all’abito come suo equivalente, cosa scambiabile con essa. In questo rapporto l’abito vale come forma di esistenza del valore, cosa di valore, perché solo in quanto tale è la stessa cosa della tela. D’altra parte, il proprio essere valore della tela prende risalto, cioè assume un’espressione autonoma, per il fatto che solo in quanto valore è riferibile al l’abito come equivalente, o come cosa scambiabile con esso.

Ho ricominciato a leggere Il Capitale.

A che pagina mi fermerò questa volta?

Le voci della sera

image_bookDecisi di scrivere una recensione diversa.

Non era poi molto lungo questo romanzo – disse – erano solo poco più di cento pagine.

Ma che ne sai tu di quante pagine erano – dissi io – non l’hai neanche letto.

C’hai ragione – disse – l’ho solo ascoltato, però è un po’ come averlo letto – disse.

Certo che quella che l’ha letto Ad Alta Voce era proprio brava – disse – com’è che si chiamava?

Si chiamava Sandra Toffolatti – dissi io.

A me comunque – disse – la storia di questa Elsa e di tutti quegli altri personaggi m’è proprio piaciuta – disse.

È vero – dissi io – sembra la storia di una normale famiglia nell’Italia di provincia a cavallo della guerra – dissi – però questa  scrittrice, la Natalia Ginzburg, la fa diventare proprio appassionante.

Ma secondo te – disse – c’è qualcuno che la capisce questa recensione? – disse.

La capisce solo chi ha ascoltato la lettura – dissi io – che magari si immagina anche le voci.

E dove si trova questa lettura? – disse.

Chi vuole la trova al link che pubblico in fondo – dissi io.

Certo che quelli di Radio Tre – disse – sono proprio bravi.

E quante stelline gli diamo? – disse.

Tre – dissi – gli voglio dare tre stelline.

E così terminai questa strana recensione e pubblicai il link alla pagina di Radio Tre.

 

Poi vedremo


Sono tornato in campo.

Abbiamo anche fatto la prima partita della stagione.

Com’è andata?

Male.

Abbiamo perso, ma questa non è una novità. Però ci siamo divertiti meno del solito, il clima in campo non era dei migliori.

Eravamo contati, per me c’era il posto in squadra dal primo minuto.

Eravamo disposti male in campo, eravamo sempre in difesa. Mi hanno lasciato solo troppo spesso contro due/tre/quattro avversari più grossi e più bravi. Io non sono mai stato capace di fermare un treno in corsa e mi hanno travolto un paio di volte.

Sono stato aggredito verbalmente ed offeso da un compagno di squadra. Volevo andarmene ma sono rimasto in campo e nel secondo tempo me la sono cavata meglio. Forse l’orgoglio, forse solo fortuna. Il resto della squadra mi è stato vicino, mi hanno incoraggiato tutti, chi doveva mi ha chiesto scusa.

Quest’anno sarò sempre presente agli allenamenti, ma pensò che parteciperò poco alle partite di campionato.

Poi vedremo.

Passioni/2

Si chiama passione perché passa.
Più o meno così diceva il buon Andrea G. Pinketts in un suo vecchio romanzo (dovrò iniziare a rileggermeli tutti prima o poi).

Ieri sera c’è stato il primo allenamento della stagione.

Non ci sono andato, pioveva, pessima scusa quando il tuo sport è il rugby.

Il fatto è che mi è passata la voglia di giocare. Non mi diverto più. Non ho mai imparato veramente a giocare e non mi è mai passata la paura di farmi male. La squadra è cresciuta, una volta un posto per me in squadra c’era sempre, nonostante tutto. Adesso sono tutti più bravi di me e me l’hanno anche detto, oltre che fatto capire, che la palla a me non la passano.

Comunque ci riprovo, mercoledì prossimo voglio tornare in campo, magari mi torna la voglia.

Solo un paio


Era da tempo che volevo farlo, una bella foto a tutti i libri di Wu Ming nella mia biblioteca.

Non è l’opera completa, me ne mancano un paio di WM5, oramai fuori catalogo, che però ho letto in e-book.

In attesa del prossimo.

La sostanza del male

Luca D’Andrea, La Sostanza del Male.

È un giallo quindi riesce abbastanza bene a tenerti incollato alla pagina.
Ambientato sulle montagne Altoatesine.

Protagonisti improbabili.

Intreccio e snodi della trama buoni per una fiction televisiva.

Scrittura facile, forse addirittura banale.

Secondo me se ne è parlato troppo, classico successo annunciato. I veri grandi romanzi dovrebbero diventare tali con il passaparola e non con l’annuncio di mille traduzioni già vendute prima ancora dell’uscita.

Su Anobii 2 stelline.